Sotto Capo Peloro, dove lo Stretto di Messina si apre verso il Tirreno, c’è qualcuno che da secoli non riemerge. Si chiama Nicola, ma tutti lo conoscono come Colapesce, e secondo la leggenda è lui a impedire che la Sicilia sprofondi in mare. È uno dei miti più amati dell’isola, raccontato in decine di versioni diverse, ed è anche uno dei più antichi: le prime tracce risalgono al XII secolo.
La storia di Nicola, detto Pesce
Nella versione più diffusa, quella messinese, Nicola è il figlio di un pescatore e passa più tempo in acqua che sulla terraferma. Nuota come un delfino, resta sotto per ore e riemerge con racconti di grotte, correnti e relitti. Sua madre, esasperata, un giorno gli grida: «Che tu possa diventare un pesce!». In alcune versioni la maledizione si avvera alla lettera e al ragazzo spuntano squame e branchie; in altre resta soltanto un soprannome: Cola, diminutivo di Nicola, e Pesce.
La fama del giovane arriva fino al re, che nella tradizione messinese è Federico II di Svevia. Il sovrano vuole mettere alla prova quel prodigio e getta in mare una coppa d’oro: Colapesce la riporta. Getta allora la sua corona, più al largo e più in profondità, e Colapesce riemerge anche questa volta. Al ritorno racconta al re ciò che ha visto laggiù: la Sicilia poggia su tre colonne, una sotto Capo Peloro, una sotto Capo Passero e una sotto Capo Lilibeo, e una delle tre è incrinata, consumata dal fuoco dell’Etna.
Il re vuole di più. Getta un anello nel punto più profondo del mare e Colapesce si tuffa per la terza volta. Non tornerà più. Secondo la leggenda ha visto che la colonna incrinata stava per cedere e ha scelto di restare laggiù a sorreggerla, perché la sua isola non affondasse. È ancora lì, e c’è chi dice che quando si sposta per il peso, in Sicilia la terra trema.
Una leggenda più antica di Federico II
Colapesce non nasce con lo Svevo. Già nel XII secolo il trovatore Raimon Jordan canta di un «Nichola de Bar» capace di vivere in mare, e poco dopo il chierico inglese Walter Map, nel De nugis curialium, racconta di un certo Nicola soprannominato Pipe, che trascorreva giorni interi sott’acqua. Nel XIII secolo Gervasio di Tilbury, negli Otia imperialia, colloca la storia al tempo di re Ruggero, mentre il frate parmense Salimbene de Adam, nella sua Cronica, attribuisce a Federico II il gesto della coppa gettata in mare e a un messinese di nome Nicola l’impresa di ripescarla, tra le stranezze che rimproverava all’imperatore.
È il segno di una storia che viaggiava lungo le rotte del Mediterraneo molto prima di fermarsi sullo Stretto, cambiando nome e sovrano a ogni approdo.
Da Messina a Napoli, le mille versioni
Ogni città ha il suo Colapesce. A Palermo è un ragazzo del popolo, come a Messina. A Catania il re lo manda addirittura sotto l’Etna, e lui torna portando addosso i segni del fuoco come prova di esserci stato. A Napoli diventa Niccolò Pesce, il ragazzo maledetto dalla madre che si trasforma in un pesce vero: Benedetto Croce ne ricostruì la storia in Storie e leggende napoletane (1919), riconoscendovi le tracce di credenze più antiche del cristianesimo.
Da Cervantes a Calvino, fino a Sanremo
Pochi personaggi popolari hanno avuto una fortuna letteraria così lunga. Cervantes cita il «pesce Nicola» nel Don Chisciotte, Friedrich Schiller ne ricava la ballata Der Taucher (Il tuffatore, 1797), Italo Calvino lo inserisce nelle sue Fiabe italiane (1956) e Raffaele La Capria gli dedica un racconto nel 1974. In tempi più recenti ha scelto il nome di Colapesce il cantautore siciliano Lorenzo Urciullo, arrivato a Sanremo nel 2021 in coppia con Dimartino, e c’è chi ha visto un’eco del mito perfino nel film Pixar Luca.
Colapesce oggi, tra Messina e Catania
A Messina Colapesce è quasi un concittadino. Il pittore Antonio Bonfiglio gli ha dedicato nel 1930 un dipinto conservato a Palazzo Zanca, sede del Comune, e da oltre trent’anni la città assegna il Premio Colapesce, organizzato dai Canterini Peloritani. A Catania la sua figura compare sui grandi candelabri in bronzo di piazza Università, accanto ad altre leggende della città.
Perché ci piace ancora
Forse perché è una leggenda che spiega un’isola: una terra che trema, un vulcano sempre acceso, un mare che dà e che toglie. E perché il suo eroe non uccide draghi né conquista regni: resta sott’acqua, al buio, a tenere in piedi la sua terra. Chi ha visto Messina rinascere dopo il terremoto del 1908 sa che quel gesto somiglia molto a quello di tanti siciliani.
Se ti piacciono i miti siciliani, leggi anche Il mito di Aretusa e la storia dell’elefante di lava, il Liotru, simbolo di Catania. Sullo Stretto e sulle sue città più antiche c’è Zancle e Rhegion, e sui terremoti che hanno segnato l’isola Il terremoto del 1693. Tutte le altre storie sono nella sezione miti e leggende.
Fonti
- Walter Map, De nugis curialium, XII secolo
- Gervasio di Tilbury, Otia imperialia, inizio XIII secolo
- Salimbene de Adam, Cronica, XIII secolo
- Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, 1919
- Italo Calvino, Fiabe italiane, 1956
