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Capri

280px-I_FaraglioniL’isola è, a differenza delle vicine Ischia e Procida, di origine carsica. Inizialmente era unita alla Penisola Sorrentina, salvo essere successivamente sommersa in parte dal mare e separata quindi dalla terraferma, dove oggi si trova lo stretto di Bocca Piccola. Capri presenta una struttura morfologica complessa, con cime di media altezza (Monte Solaro 589 m e Monte Tiberio 334 m) e vasti altopiani interni, tra cui il principale è quello detto di “Anacapri”.

La costa è frastagliata con numerose grotte e cale che si alternano a ripide scogliere. Le grotte, nascoste sotto le scogliere, furono utilizzate in epoca romana come ninfei delle sontuose ville che vennero costruite qui durante l’Impero. La più famosa è senza dubbio la Grotta Azzurra, in cui magici effetti luminosi furono descritti da moltissimi scrittori e poeti.

Caratteristici di Capri sono i celebri Faraglioni, tre piccoli isolotti rocciosi a poca distanza dalla riva che creano un effetto scenografico e paesaggistico; ad essi sono stati attribuiti anche dei nomi per distinguerli: Stella per quello attaccato alla terraferma, Faraglione di Mezzo per quello frapposto agli altri due e Faraglione di Fuori (o Scopolo) per quello più lontano dall’isola[1].

L’isola conserva numerose specie animali e vegetali, alcune endemiche e rarissime, come la lucertola azzurra, che vive su uno dei tre Faraglioni. La vegetazione è tipicamente mediterranea, con prevalenza di agavi, fichi d’India e ginestre. A Capri non sono più presenti sorgenti d’acqua potabile ed il rifornimento idrico è garantito da condotte sottomarine provenienti dalla penisola sorrentina. L’energia elettrica viene fornita da una società privata in loco.re.

I principali centri abitati dell’isola sono Capri, Anacapri, Marina Grande mentre l’altro versante marino di Capri, Marina Piccola, risulta meno abitato e ancora più soggetto al fenomeno della speculazione edilizia che ha investito tutta l’isola dai primi anni ottanta ad oggi.

Il ducato di Calabria

Mappa_italia_bizantina_e_longobardaIl ducato di Calabria sorge dunque nel VI secolo aggregando la regione del Brutium, cioè l’odierna area cosentina, con le terre ancora possedute nel Salento (la Calabria dei Romani) i cui confini settentrionali sono costituiti dal cosiddetto “Limitone dei greci”, una sorta di muraglia difensiva costruita a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei longobardi e ancora esistente in diversi tratti. Il nome Calabria (che in origine designava la penisola salentina) cominciava così a essere utilizzato per designare il Bruzio, mentre il Salento prendeva il nome di Terra d’Otranto, progressivamente conquistato dai Longobardi.

Tra VIII e IX secolo i possedimenti in Italia dell’impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio.

Nel corso dell’VIII secolo Reggio assurge a sede episcopale della Calabria bizantina. Nel 732-733 l’imperatore Leone III trasferisce le diocesi del thema di Sicilia, nell’ambito delle lotte iconoclaste e in conseguenza delle decisioni del concilio in Trullo, dall’obbedienza papale a quella del Patriarca di Costantinopoli; le sedi del nord della Calabria, all’epoca in mano longobarde, mantengono i legami con Roma.

Verso l’inizio del IX secolo la Calabria bizantina comprende il territorio che va da Reggio Calabria a Rossano, con capitale Reggio; mentre la rimanente parte settentrionale viene conquistata dal duca di Benevento Romualdo I intorno al 671. Il ducato, formalmente parte del regno longobardo d’Italia fin dalla fine del VI secolo, si estende da Cosenza a Chieti. La Calabria longobarda viene divisa nei gastaldati di Cosenza, Cassano all’Ionio e Laino che nell’849 alla spartizione del ducato entrano a far parte del principato di Salerno.

L’imperatore d’oriente Basilio I (867-886) fa di Reggio la “metropoli dei possessi bizantini dell’Italia meridionale”. Intorno all’892, venne poi fondato il Thema di Langobardia, per cui i territori bizantini dell’Italia meridionale furono divisi in due themata:

Thema di Langobardia, che comprendeva la Terra d’Otranto, con capitale Bari;
Thema di Sicilia, che comprendeva il ducato di Calabria, con capitale Reggio.

I sassi di Matera

Basilicata_Matera2_tango7174La città della pietra, centro storico di Matera scavato a ridosso del burrone, è stata abitata in realtà almeno dal Paleolitico: alcuni tra i reperti trovati risalgono al XIII millennio a.C., e molte delle case che scendono in profondità nel calcare dolce e spesso (calcarenite) della gravina, sono state vissute senza interruzione dall’età del bronzo (a parte lo sfollamento forzato negli anni cinquanta). La prima definizione di Sasso come rione pietroso abitato risale ad un documento del 1204.
Matera, canale per la raccolta delle acque in cisterna
Il Sasso Barisano e parte della Civita
Il Sasso Caveoso con vista di Santa Maria di Idris

I Sassi di Matera sono un insediamento urbano derivante dalle varie forme di civilizzazione ed antropizzazione succedutesi nel tempo. Da quelle preistoriche dei villaggi trincerati del periodo neolitico, all’habitat della civiltà rupestre di matrice orientale (IX-XI secolo), che costituisce il sostrato urbanistico dei Sassi, con i suoi camminamenti, canalizzazioni, cisterne; dalla civitas di matrice occidentale normanno-sveva (XI-XIII secolo), con le sue fortificazioni, alle successive espansioni rinascimentali (XV-XVI secolo) e sistemazioni urbane barocche (XVII-XVIII secolo); ed infine dal degrado igienico-sociale del XIX e della prima metà del XX secolo allo sfollamento disposto con legge nazionale negli anni cinquanta, fino all’attuale recupero iniziato a partire dalla legge del 1986.

I Sassi sono davvero un paesaggio culturale, per citare la definizione con cui sono stati accolti nel Patrimonio mondiale dell’Unesco. Il Sasso Barisano, girato a nord-ovest sull’orlo della rupe, se si prende come riferimento la Civita, fulcro della città vecchia, è il più ricco di portali scolpiti e fregi che ne nascondono il cuore sotterraneo. Il Sasso Caveoso, che guarda invece a sud, è disposto come un anfiteatro romano, con le case-grotte che scendono a gradoni, e prende forse il nome dalle cave e dai teatri classici. Al centro la Civita, sperone roccioso che separa i due Sassi, sulla cui sommità si trova la Cattedrale. Ed infine di fronte, sul versante opposto della Gravina di Matera, l’altopiano della Murgia che funge da quinta naturale a tale scenario, con le numerose chiese rupestri sparse lungo i pendii delle gravine protette dall’istituzione del Parco archeologico storico-naturale delle Chiese rupestri del Materano, detto anche Parco della Murgia Materana. Un paesaggio in parte invisibile e vertiginoso, perché va in apnea in dedali di gallerie dentro la pietra giallo paglierino del dorso della collina, per secoli difesa naturale e ventre protettivo di una città che sembra uscita dal mistero di una fiaba orientale. “Grotte naturali, architetture ipogee, cisterne, enormi recinti trincerati, masserie, chiese e palazzi, si succedono e coesistono, scavati e costruiti nel tufo delle gravine” scrive Pietro Laureano nel suo libro Giardini di pietra.

Facciate rinascimentali e barocche si aprono su cisterne dell’VIII secolo, trasformate in abitazioni. Chiese bizantine nascondono pozzi dedicati al culto di Mitra. Alcuni ipogei sono stati scavati a più riprese fino agli anni cinquanta, altri murati e dimenticati, nascosti nei fianchi della collina. Il Palombaro lungo, l’immenso serbatoio d’acqua sotto piazza Vittorio Veneto, ha delle sezioni costruite tremila anni fa, mentre le più recenti sono del 1700. I Sassi, la città popolare, insieme alla Civita aristocratica e medievale eretta su un’antica acropoli, sono in effetti un palinsesto pieno di sorprese, anche se sembrano immobili e compatti, chiusi nella pietra nuda a tratti appena corretta da una mano di calce.

Il Gran Sasso

Gran_sasso_italiaIl Gran Sasso (o Gran Sasso d’Italia) è il massiccio più alto degli Appennini continentali, situato nell’Appennino centrale, interamente in Abruzzo, come parte della dorsale più orientale dell’Appennino abruzzese, al confine fra le province di L’Aquila, Teramo e Pescara.

Confina a nord con i territori di Fano Adriano, Pietracamela, Isola del Gran Sasso d’Italia, Castelli e Arsita, a est con le Gole di Popoli, a sud-ovest direttamente con la piana di Assergi, più a valle con la Conca aquilana e la Valle dell’Aterno, a sud è limitato da Campo Imperatore e a valle dalla Piana di Navelli, mentre a ovest-nord-ovest confina con la catena dei Monti della Laga e il Lago di Campotosto, da questi separato dall’alta Valle del Vomano e la Strada statale 80 del Gran Sasso d’Italia che l’attraversa.

Il Gran Sasso d’Italia è un’area ambientale tutelata con l’istituzione del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Claudio Monteverdi

Nasce a Cremona il 15 maggio 1567. Viene avviato, giovanissimo, alle lezioni del primo musicista di Cremona e a soli 10 anni era già nel coro della cattedrale di Cremona. A 15 anni, Monteverdi esordisce come compositore con 23 mottetti sacri a tre voci a cui fa seguito, una raccolta di Canzonette a tre voci. A Venezia, nel 1587 Monteverdi pubblica il Primo Libro de Madrigali a cinque voci e nel 1590 il Secondo Libro de Madrigali.
Nel 1590 Monteverdi viene chiamato a far parte dell’orchestra di corte dei Gonzaga come suonatore di viola. Nel 1592 dava alle stampe il suo Terzo Libro de Madrigali dedicato al duca Vincenzo I Gonzaga. Quando nel 1601 il Pallavicino, maestro di cappella, morì, Claudio Monteverdi diviene “maestro de la camera et de la chiesa sopra la musica”. Nel 1603 pubblica il suo Quarto Libro de Madrigali e nel 1605 il Quinto. E’ datata 1607 una delle sue più grandi composizioni l’Orfeo prima sua opera. Nel 1608, in occasione delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia, il duca commissiona l’Arianna su testo del Rinucci; dell’opera rimane solamente il celebre Lamento di Arianna che Monteverdi pubblicò nel 1623.
Nel 1610 cura l’edizione a sei voci del Vespro della Beata Vergine, un’opera sacra di straordinaria forza espressiva. Con la morte del duca Vincenzo Gonzaga, nel 1612, cessa anche l’incarico di corte di Monteverdi che accetta di ricoprire l’incarico di maestro di cappella alla cattedrale Veneziana di San Marco. Nel 1614 pubblica il suo Sesto Libro de Madrigali e nel 1619 il Settimo Libro de Madrigali. Nel carnevale del 1624, per il conte veneziano Girolamo Moncenigo, scrive il Combattimento di Tancredi e Clorinda. Nel 1638 esce l’Ottavo Libro dei Madrigali Guerrieri et Amorosi e nel 1640 a Venezia vede la luce la Selva morale e spirituale. Nel 1641 con il Ritorno di Ulisse in Patria e L’incoronazione di Poppea si raggiungono le più alte vette della sua produzione. Si spense il 29 novembre 1643 a Venezia.

Il melone di Mantova

Il territorio della provincia di Mantova iniziò ad essere interessato dalla coltivazione del melone verso la fine del XV secolo. Gli agricoltori locali misero in pratica la loro conoscenza dell’arte del coltivare selezionando i frutti ed ottenendo una selezione che è arrivata quasi immutata sino alla fine degli anni ’60: il melone viadanese.
L’apprezzamento che ebbe questa selezione è documentata dalla diffusione che trovò sulle tavole delle corti dei signori.
Il Podestà di Viadana, Felice Fiera, il 3 agosto 1548, inviava quattro stupendi frutti di melone al duca Francesco Gonzaga accompagnandoli con una lettera con la quale cercava le grazie del proprio signore.
La selezione di melone viadanese in tempi moderni è stata frequentemente utilizzata negli incroci per ottenere nuove varietà.
Negli ultimi anni si è assistito alla nascita e all’affermazione di altri centri di produzione: la zona di Sermide e quella di Gazoldo degli Ippoliti. Oggi la sola provincia di Mantova produce un terzo del totale nazionale del melone coltivato in serra. Tre sono le grandi aree produttive: il viadanese, il sermidese e il territorio gazolese.

Nascita di Emilio Comici

Emilio Comici, fulgida figura di sportivo e di arrampicatore, ha scritto alcune delle più belle e gloriose pagine dell’alpinismo.

Nato a Trieste un secolo fa, il 21 febbraio del 1901, fu infatti un appassionato sportivo: frequentò il Ricreatorio Pitteri e al suo interno formò, il 2 dicembre 1918, l’Associazione sportiva XXX Ottobre. Fin dalla gioventù si dedicò all’alpinismo e nel 1925 compì la prima ascensione sul Campanile Villacio. Scalò le cime delle Alpi Carniche e delle Dolomiti venete; nel 1929 fondò il gruppo alpinisti rocciatori sciatori, sezione triestina del Club Alpino Italiano, creando pure la scuola di roccia della Val Rosandra.

Dal 1932, abbandonando il suo impiego ai Magazzini Generali del porto, si dedicò al mestiere di guida alpina, dapprima a Misurina (Belluno) quindi a Selva di Val Gardena. Le sue imprese di alpinista lo resero noto in Italia e nel resto del mondo; compì oltre 600 scalate tra il 1929 e il 1940.
Morì nel 1940, precipitando da un costone roccioso a causa di una fune difettosa mentre stava istruendo nella scuola di roccia. Alla memoria gli venne assegnata, nel 1941, la medaglia d’oro al valore atletico dal Coni. Un cippo che lo ricorda si trova in val Rosandra, mentre Trieste gli ha dedicato una via.

Il salone del Parlamento di Udine

Parte integrante della galleria d’Arte antica, il salone del Parlamento è il luogo dove si riuniva il Parlamento della Patria del Friuli al quale partecipavano il clero, i nobili feudali e i rappresentanti dei comuni.
Nelle pareti maggiori conserva affreschi cinquecenteschi allusivi al ruolo di Udine e della piccola Patria nel contesto della Repubblica veneta. Lungo le pareti, invece, sono rappresentati i 292 stemmi degli altrettanti luogotenenti che durante il dominioni veneziano alloggiarono in quelle stanze.

I miracoli della Madonna

Due fatti straordinari si verificarono Lodi nei secoli XV e XVI e suscitarono grande eco non solo in città e nel contado, ma in tutta la regione.
Il primo si verificò nel settembre dell’anno 1447 nel cortile dell’Osteria del Montone nella contrada de’ Lomellini (oggi via Incoronata) nei prassi di una “casa di malaffare”. Quattro giovani si misero a litigare per una prostituta: dalle parole passarono ai fatti, e misero mano alle spade: tre contro uno. Quest’ultimo si trovò subito a malpartito, cercò di fuggire, ma finì a terra, contro un muro ove era effigiata l’immagine di una Madonna. Il malcapitato si vide perduto e si mise ad invocare la Vergine. Si udì allora – affermano le cronache del tempo – una voce che gridò “perdonate, perdonate”. I tre giovani che stavano per infilzare il rivale lasciarono cadere le spade e si riappacificarono con lui. La voce si propagò subito per Lodi e l’immagine fu oggetto di venerazione. Non molto tempo dopo un altro fatto miracoloso (la guarigione di uno storpio dalla nascita) decretò la fine della “casa chiusa”. Il popolo chiese ai maggiorenti della città che venisse demolito lo stabile e le prostitute venissero allontanate dalla città. L’edificio venne abbattuto e sull’area venne eretto lo stupendo tempio dell’Incoronata (1487). L’affresco con l’effige della Madonna è ancora visibile ed è collocato sull’altare maggiore del tempio stesso. Il secondo fatto miracoloso accadde all’ora sedicesima del 7 settembre 1515. Da una immagine della Vergine dipinta sul muro del Palazzo di Giustizia (ora corso Umberto) sotto la quale stavano duellando due giovani si udì una voce esclamare “pace, pace, pace!”. Riappacificazione dei due rivali e giubilo in città che incominciò a venerare la miracolosa immagine della Madonna della Pace.

Tiziana De Felice

Tiziana De Felice è nata a Livorno il 22 febbraio 1958. Laureata in medicina, lavora come medico, ma dipinge da sempre. Nel corso degli ultimi quattro anni l’attività artistica ha assunto uno spazio importante nella sua vita e la ricerca stilistica nella pittura ha attinto i contenuti da una precisa ricerca introspettiva che l’attenta osservazione di ogni sua opera chiaramente evoca. Ha partecipato a rassegne e mostre collettive ottenendo numerosi riconoscimenti tra i quali ricordiamo nel 1999 e nel 2000 il premio Effetto Venezia a Livorno, il premio Città di Cecina 1999, il premio Città di Pisa 2000, il premio Città di Livorno 2000, ed il premio speciale Arte a Livorno/Fare Grafica 2000 nell’ambito del Premio Rotonda M.Borgiotti a Livorno.