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    Viterbo e il papato

    La storia di Viterbo è legata alla storia del papato.
    Nel 1145 la città accoglie il pontefice Eugenio III, successivamente il Barbarossa vi insedia l’antipapa Pasquale III ed il suo successore Callisto III passato alla storia come "il papa da burla di Viterbo".
    Celestino III nel 1192 insignisce la città di dignità arcivescovile. Nel 1266 i viterbesi realizzarono il maestoso Palazzo dei Papi dove s’insediò Clemente IV. Il sogno del capitano del popolo Raniero Gatti era quello di sottrarre a Roma il centro della cristianità.
    Il tentativo si protrasse fino al 1280 quando papa Martino IV, spaventato dalle violenze che si perpetravano in città, si trasferì a Roma e poi ad Avignone.
    In occasione della nomina del successore di Giovanni XXI i cardinali, dopo 33 mesi di sede vacante, furono costretti ad eleggere un nuovo papa (Gregorio X) in quanto il capitano del Popolo li rinchiuse ("cum clave") con poco cibo in un salone a cui tolse anche il tetto.
    Viterbo divenne oggetto di contesa tra le diverse nobili famiglie che imperversavano a Roma e dintorni e conobbe un periodo di relativa prosperità durante il pontificato del pontefice viterbese Paolo III Farnese che vi eresse un’Università, istituì L’Ordine dei Cavalieri del Giglio e costruì santuari e ospizi.
    La città venne annessa al Regno d’Italia il 12 Settembre 1870 e durante la seconda guerra mondiale ha subito purtroppo numerosi danni per i bombardamenti. Attualmente è considerata la capitale dell’alto Lazio, zona ricca di centri che conservano opere di grande valore.
     

    Lo stemma della città

    Lo stemma araldico della città di Vicenza è costituito da uno scudo rosso con una croce d’argento, sormontato da una corona patriziale veneta ed attorniato da rami di quercia ed alloro ai quali è appesa, con un nastro, la medaglia al valore militare assegnata alla città.
    L’origine dello stemma, riconosciuto ufficialmente nel 1939, può essere fatta risalire al periodo delle prime istituzioni comunali ed è sicuramente di origine ghibellina, derivato dalla bandiera del Sacro Romano Impero.
    Tutte le città antiche hanno uno stemma: nel caso di Vicenza, vi è rappresentata l’adesione alla politica dell’Impero, questo all’origine dell’autonomia comunale, rimasto a rappresentare la Città in tutta la sua plurisecolare e nobilissima storia.
    La medaglia d’oro posta sotto lo scudo riproduce quella al valor militare che fu concessa nel 1866 per i fatti d’armi del 10 giugno 1848, quando la città insorta, si difese contro le truppe austriache.
     

    Il mito della casa di Giulietta

    Una famiglia Dal Cappello risiedeva all’attuale numero 23 della omonima via di Verona, nella bella casa di impianto medievale che è oggi sede del museo Casa di Giulietta.
    Nella chiave di volta dell’arco intero che dalla via immette nel cortile dell’edificio, troviamo infatti l’emblema che ne conferma la proprietà, con il cappello scolpito a rilievo nel marmo, mentre nel suo insieme casa e cortile si presentano pesantemente modificati dal susseguirsi nei secoli di vari interventi conservativi e di restauro.
    L’edificio, forse già in età tardomedievale, fu adibito a "stallo", cioè a luogo di scambi commerciali o destinato all’ospitalità dei forestieri (hospitium a Cappello).
    Vari interventi di riadattamento furono compiuti a partire dall’acquisizione da parte del Comune del fabbricato (1907), ridotto all’epoca in condizione di forte degrado.
    I lavori di restauro che portarono l’edificio esterno al suo attuale aspetto furono realizzati intorno al 1940 dall’allora direttore dei Musei Civici, Antonio Avena; vi furono così aggiunti elementi in stile romanico e gotico di varia provenienza, perseguendo un’idea ancora romantica di Medioevo, che comportò tra l’altro alcune incongruenze anacronistiche, come l’inserimento di finestre trilobate.
    Lo stesso celeberrimo balcone, forse in origine parte di un sarcofago, venne in quell’occasione integrato nelle parti laterali e collocato al primo piano della Casa di Giulietta, non potendo certo mancare un elemento così essenziale della leggenda.
    L’intervento di Avena, spesso incurante delle norme teoriche e tecniche del restauro, si dimostrò piuttosto incline a seguire, anche negli allestimenti interni, suggestioni derivanti dalle scenografie hollywoodiane del film girato da George Cukor nel 1936.
     

    La Basilica di San Marco

    Una leggenda riconosce l’architetto della Basilica di San Marco nell’iracondo vecchietto appoggiato a due grucce, effigiato in una delle cornici dell’arcone centrale della facciata nell’atto di mordersi di rabbia le dita.
    La basilica d’oro, come viene chiamata – non è retorica, per l’abbondanza del metallo sacro ai mercanti, e perciò ai Veneziani, in ogni parte della decorazione della basilica – nacque dal volere del duca Giustiniano, del suo successore Giovanni e del popolo veneziano, non appena sbarcate le reliquie dell’Evangelista.
    "Nell’anno 972, una ribellione popolare distruggeva col fuoco, assieme al duca Pietro Candiano IV e ai suoi figli, la basilica.
    La basilica che ammiriamo attualmente risale in gran parte all’iniziativa del doge Domenico Contarini (1043-1070).
    A farla quale la vediamo, hanno concorso, però, generazioni innumerevoli di procuratori di San Marco (i magistrati ai quali spettava il governo della basilica) e di "proti", cioè architetti e direttori dei lavori.
    I mosaici di San Marco, ai quali avevano posto mano i migliori artefici veneto-bizantini, vedranno all’opera, nel tempo, i maestri più celebrati, da Paolo Uccello ad Andrea del Castagno, a Tiziano.
    In un momento di particolare splendore, il doge Ordelafo Falier porrà in opera la preziosa pala d’oro, dove santi e sante del firmamento veneto-greco spiccheranno tra le pietre preziose nella policromia degli smalti preparati a Costantinopoli.
    Il tesoro, arricchito dalle spoglie del saccheggio di Bisanzio a opera dei Crociati di Enrico Dandolo, diventerà addirittura leggendario.
    Non per nulla la Repubblica darà al greco Stamati Crassioti, che era riuscito a far man bassa sul tesoro, il privilegio di essere impiccato con un laccio d’oro.
    E sulla facciata della chiesa si schiererà la quadriga bronzea che decorava un tempo l’ippodromo di Bisanzio: quella che i Genovesi avevano giurato di imbrigliare, se non fossero stati disfatti davanti a Chioggia ".
     

    Dario Fo

    Dario Fo è senza dubbio il più grande uomo di teatro italiano.
    Nato nel 1926 a Sangiano, in provincia di Varese, studia arte e architettura a Milano all’Accademia di Brera e al Politecnico.
    Debutta nel 1952 come attore, iniziando contemporaneamente a scrivere e a recitare al Piccolo di Milano.
    Negli stessi anni affianca alla recitazione i primi lavori di critica e sceneggiatura cinematografica, collaborando con Lizzani, Parenti e Durano.
    Nel 1957 inizia anche il sodalizio con Franca Rame per la quale scrive e con la quale crea una compagnia teatrale.
    Gli spettacoli ideati, scritti e interpretati dal grande attore sono molti, fra cui vale la pena ricordare "Settimo ruba un po’ meno" (1964), "L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone" (1969), "Mistero Buffo" (1969), "Morte accidentale di un anarchico" (1970), "Dio li fa e poi li accoppa" (1984), "Il diavolo con le zinne" (1997); in questo stesso anno, egli viene insignito del premio Nobel per la letteratura.
     

    Piazza Libertà

    Nel corso dei secoli piazza Libertà passò alla storia con diversi nomi coniati per lo più dalla popolazione a seconda delle trasformazioni che il luogo pubblico subiva.
    Fino al 1200 era nota come piazza del Comune visto che al suo interno si riunivano i Consiglieri della "Villa Utini"; quando invece nel terrapieno, ai piedi del colle del castello, sorse la chiesa di San Giovanni, distrutta dal terremoto del 1511, anche la piazza diventò piazza di San Giovanni, mentre la parte più bassa era più facile indentificarla coma piazza del Vino proprio perché in quel luogo i contandini incontravano i sensali per la vendita del prodotto.
    Nel secolo XVI era conosciuta come piazza Contarena in onore del luogotenente veneto Girolamo Contarini, lo stesso che decise di pavimentarla di mattoni.
    Dal 1866, ovvero da quando Udine entrò a far parte del regno d’Italia, il suo toponimo cambiò in piazza Vittorio Emanuele II anche perché sul terrapieno venne posto il busto del re ora collocato nel giardino Ricasoli.
    Da allora trascorsero quasi ottant’anni prima di iniziare a chiamarla piazza Libertà; questo avvenne, nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale.
     

    La “Restera” di Treviso

    Un tempo il Sile era navigabile dalle sorgenti alla foce e costituivala naturale via di comunicazione e di commercio dapprima fra Treviso e l’antica Altino e successivamente fra Treviso e le isole della Laguna Veneta. 
    Le imbarcazioni risalivano il fiume trainate da cavalli o da altri animali che correvano sull’argine, lungo un viottolo ben battuto chiamato Restera. Questo nome, in uso fin dal Medioevo, deriva dalla grossa fune, detta resta, che univa l’animale al barcone rimorchiato.
     

    Martin Lutero a Trento

    Era ancora immerso nei suoi pensieri, quando vide venirgli incontro una vecchietta, una contadina che stava tornando a casa dopo il mercato.
    Martin Lutero la fermò a chiederle informazioni: "Com’è, l’aria, a Trento?" gli chiese.
    "Vi riferite al Concilio, vero?" rispose la donna "Una grande confusione, ve lo assicuro.
    Preti dappertutto, carrozze, cavalli" "E sono arrivati tutti? Prelati? Cardinali? Imperatori?" "Questo non ve lo so dire.
    Sono una povera donna, io. Abito a Meano e scendo in città con un pò di uova e di verdura.
    Posso solo dirvi – proseguì la vecchia abbassando la voce – che la persona di cui tutti parlano, quel tedesco… Martin Lutero si chiama, no? Lui non s’è ancora fatto vedere! E fa bene a starsene lontano!" "E perché, poi?" replicò Lutero.
    "Perché nella Chiesa di Santa Maria ho visto che stavano preparando un pentolone colmo d’olio e il necessario per accendere un grande fuoco. Quella sarà la fine di Lutero.
    Non vorrei essere nei panni di quell’eretico.
    Ma adesso vi devo salutare e grazie per il soldo, mi serviva proprio, visto che oggi non ho venduto nulla.
    Martin Lutero rimase solo, con un sospiro guardò per l’ultima volta Trento, poi si girò e riprese il viaggio, questa volta verso settentrione. Fu così che, per merito o per colpa d’una vecchietta curiosa, i Padri conciliari non ebbero la possibilità di ascoltare quanto aveva da dire a sua discolpa il grande eretico tedesco.
     

    I Scinnuti

    Il periodo che precede la Settimana Santa è preceduto da "I Scinnuti", un rito risalente al 1600. Nei sei venerdì quaresimali, uno dei Sacri Gruppi, accompagnato dalla banda musicale, viene spostato al centro della chiesa, (in siciliano, scinnuta vuol dire discesa), dove verrà celebrato la Santa Messa, mentre prima e dopo la funzione religiosa la banda musicale intona all’esterno della chiesa alcune tipiche marce.
    In origine quando i "Misteri" erano ospitati nella chiesa di San Michele, il rito della scinnuta prevedeva l’esposizione del gruppo di turno e del SS. Sacramento sin dal mattino, mentre nel pomeriggio si effettuava una predica.
    La celebrazione della Messa venne introdotta intorno agli anni ‘70 e nelle ultime edizioni è il Vescovo di Trapani a presiedere al rito.
    Le prime notizie di queste celebrazioni risalgono al 1653 e considerato che in quella data non vi erano ancora tutti gli attuali venti gruppi, si può presumere che in quel periodo la Confraternita di San Michele Arcangelo usufruisse per questo rito dell’Addolorata, dell’Urna, dell’Ascesa al Calvario e di qualche altro gruppo.
    Interrotte le celebrazioni, a causa del secondo conflitto mondiale, i scinnuti ripresero nel 1964, secondo l’antico ordine di "discesa" dei gruppi.
    Il primo venerdì era riservato al gruppo raffigurante Gesù nell’Orto di Getsemani, a cui nel dopoguerra subentrò, per motivi economici, la Caduta al Cedron, il secondo venerdì scendeva Gesù dinanzi ad Hanna, il terzo era la volta de La Coronazione di spine, sostituito anch’esso negli anni del dopoguerra dalla Flagellazione, quarto venerdì era per La Sentenza, poi l’Ascesa al Calvario, mentre la veneratissima statua di Maria Addolorata concludeva i sei venerdì quaresimali.
     

    Magia nera: piazza Statuto

    La "Torino nera" naturalmente è la Torino orientata ad ovest, là dove tramonta il sole, il luogo dell’oscurità, della morte. L’Occidente è da sempre legato al Male, basti pensare alla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre: i due peccatori vengono spinti dall’est per eccellenza a peregrinare verso ovest. L’Ovest della Torino antica corrispondeva con l’odierna piazza Statuto e la "valle degli uccisi" (tra gli odierni corso Valdocco e appunto il Rondò della Forca).
    Scavi recenti hanno riportato alla luce proprio qui ossa di giovani corpi: qualcuno mormorò di antichi sacrifici umani a cui non raramente ricorrevano i Celti.
    Del resto anche il moderno monumento al traforo del Frejus con i suoi corpi bianchi riversi sul monte nero è di aspetto sinistro e nel suo contrasto di colori rivela ancora una volta la dualità magica di Torino.
    La stessa simbologia della scultura è alquanto strana: l’angelo che sovrasta il monumento dovrebbe rappresentare la scienza che trionfa sui titani, ma da quando un angelo rappresenta il raziocinio e la ragione? Se il Bene e il Male si richiamano e si rincorrono, anche la Ragione e l’Irrazionale si incontrano e si fondono in questa piazza.
    A pochi metri dal monumento dei caduti del Frejus, in direzione corso Francia, si erge una stele, eretta a ricordo di Giovanni Battista Beccaria.
    La piccola stele segna il 45° parallelo che passa per Torino e ha il suo omologo a Rivoli. Eretta a testimonianza della facoltà del’uomo di misurare la Terra e prenderne possesso, è circondata da un doppio cerchio di alberi sfasati.
    Strana disposizione ma solo in apparenza. Questo è un "ring", un anello celtico, rafforzato e raddoppiato dalla forza energetica degli alberi.
    Chiunque entri in quel cerchio sente di colpo l’atmosfera cambiare e il rumore assordante del traffico affievolirsi improvvisamente: l’aria sembra farsi pesante e immobile, mentre si sfumano i confini fra Ragione e Irrazionalità.