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Secondo la tradizione il cristianesimo venne introdotto nella città di Milano da San Barnaba e si diffuse rapidamente. Fu proprio a Milano che nel 313 l'imperatore Costantino promulgò l'editto che permetteva la professione della religione cristiana e ancora a Milano nel 391 dall'imperatore Teodosio vennero messi al bando tutti i culti non cristiani. Sempre secondo la tradizione l'imperatore Teodosio venne fortemente influenzato dal vescovo milanese Ambrogio.
Dopo le invasioni barbariche la città subì la rivalità di Pavia fino a che Carlo Magno non dimostrò di preferire Milano, scegliendola anche come sede di una zecca.
Alla morte di Carlo Magno seguì un lungo periodo di guerre e bizantini e longobardi si alternarono nel
controllo della città.
Durante il secolo XV, secolo di grandi conquiste territoriali da parte della città di Firenze, si andava sempre più affermando la potenza della ricchissima famiglia dei Medici, che parteggiava per il popolo minuto. I Medici oltre che mercanti erano proprietari di un attivissimo "banco di cambio", cioè una vera e propria banca, la prima sorta in Europa. Cosimo de' Medici governò per ben 30 anni dal 1430 in poi, pur rinunciando ad ogni carica politica ufficiale. Gli succedette il figlio Lorenzo detto il Magnifico. Il periodo in cui Firenze ebbe Lorenzo come Signore fu senza dubbio uno dei più felici e gloriosi per l'arte e la civiltà italiane, tanto che la città venne soprannominata "la seconda Atene".
Massimiliano d’Asburgo, innamorato della costa triestina, vi fece costruire il castello di Miramare e da lì partì con la sua sposa, Carlotta, alla volta del Messico, paese di cui era stato nominato imperatore.
Nella sua amata dimora il regnante non tornerà più, fucilato nel 1867 nel lontano paese. Carlotta morirà in Belgio, dopo aver perso la ragione.
Da qui, lo splendido castello, poco abitato dai giovani sposi, portò con se la leggenda di causare morte prematura in terra straniera ai suoi proprietari, come accadde in seguito anche al duca Amedeo d’Aosta, che lo abitò sette anni, morendo poi a Nairobi.
In realtà Miramare resta una bella dimora piena di fascino e di malinconia, con tanti ricordi ed un amore ancora racchiuso tra le sue mura.
La storia di Viterbo è legata alla storia del papato.
Nel 1145 la città accoglie il pontefice Eugenio III, successivamente il Barbarossa vi insedia l’antipapa Pasquale III ed il suo successore Callisto III passato alla storia come "il papa da burla di Viterbo".
Celestino III nel 1192 insignisce la città di dignità arcivescovile. Nel 1266 i viterbesi realizzarono il maestoso Palazzo dei Papi dove s’insediò Clemente IV. Il sogno del capitano del popolo Raniero Gatti era quello di sottrarre a Roma il centro della cristianità.
Il tentativo si protrasse fino al 1280 quando papa Martino IV, spaventato dalle violenze che si perpetravano in città, si trasferì a Roma e poi ad Avignone.
In occasione della nomina del successore di Giovanni XXI i cardinali, dopo 33 mesi di sede vacante, furono costretti ad eleggere un nuovo papa (Gregorio X) in quanto il capitano del Popolo li rinchiuse ("cum clave") con poco cibo in un salone a cui tolse anche il tetto.
Viterbo divenne oggetto di contesa tra le diverse nobili famiglie che imperversavano a Roma e dintorni e conobbe un periodo di relativa prosperità durante il pontificato del pontefice viterbese Paolo III Farnese che vi eresse un’Università, istituì L’Ordine dei Cavalieri del Giglio e costruì santuari e ospizi.
La città venne annessa al Regno d’Italia il 12 Settembre 1870 e durante la seconda guerra mondiale ha subito purtroppo numerosi danni per i bombardamenti. Attualmente è considerata la capitale dell’alto Lazio, zona ricca di centri che conservano opere di grande valore.
Lo stemma araldico della città di Vicenza è costituito da uno scudo rosso con una croce d’argento, sormontato da una corona patriziale veneta ed attorniato da rami di quercia ed alloro ai quali è appesa, con un nastro, la medaglia al valore militare assegnata alla città.
L’origine dello stemma, riconosciuto ufficialmente nel 1939, può essere fatta risalire al periodo delle prime istituzioni comunali ed è sicuramente di origine ghibellina, derivato dalla bandiera del Sacro Romano Impero.
Tutte le città antiche hanno uno stemma: nel caso di Vicenza, vi è rappresentata l’adesione alla politica dell’Impero, questo all’origine dell’autonomia comunale, rimasto a rappresentare la Città in tutta la sua plurisecolare e nobilissima storia.
La medaglia d’oro posta sotto lo scudo riproduce quella al valor militare che fu concessa nel 1866 per i fatti d’armi del 10 giugno 1848, quando la città insorta, si difese contro le truppe austriache.
Una famiglia Dal Cappello risiedeva all’attuale numero 23 della omonima via di Verona, nella bella casa di impianto medievale che è oggi sede del museo Casa di Giulietta.
Nella chiave di volta dell’arco intero che dalla via immette nel cortile dell’edificio, troviamo infatti l’emblema che ne conferma la proprietà, con il cappello scolpito a rilievo nel marmo, mentre nel suo insieme casa e cortile si presentano pesantemente modificati dal susseguirsi nei secoli di vari interventi conservativi e di restauro.
L’edificio, forse già in età tardomedievale, fu adibito a "stallo", cioè a luogo di scambi commerciali o destinato all’ospitalità dei forestieri (hospitium a Cappello).
Vari interventi di riadattamento furono compiuti a partire dall’acquisizione da parte del Comune del fabbricato (1907), ridotto all’epoca in condizione di forte degrado.
I lavori di restauro che portarono l’edificio esterno al suo attuale aspetto furono realizzati intorno al 1940 dall’allora direttore dei Musei Civici, Antonio Avena; vi furono così aggiunti elementi in stile romanico e gotico di varia provenienza, perseguendo un’idea ancora romantica di Medioevo, che comportò tra l’altro alcune incongruenze anacronistiche, come l’inserimento di finestre trilobate.
Lo stesso celeberrimo balcone, forse in origine parte di un sarcofago, venne in quell’occasione integrato nelle parti laterali e collocato al primo piano della Casa di Giulietta, non potendo certo mancare un elemento così essenziale della leggenda.
L’intervento di Avena, spesso incurante delle norme teoriche e tecniche del restauro, si dimostrò piuttosto incline a seguire, anche negli allestimenti interni, suggestioni derivanti dalle scenografie hollywoodiane del film girato da George Cukor nel 1936.
Una leggenda riconosce l’architetto della Basilica di San Marco nell’iracondo vecchietto appoggiato a due grucce, effigiato in una delle cornici dell’arcone centrale della facciata nell’atto di mordersi di rabbia le dita.
La basilica d’oro, come viene chiamata – non è retorica, per l’abbondanza del metallo sacro ai mercanti, e perciò ai Veneziani, in ogni parte della decorazione della basilica – nacque dal volere del duca Giustiniano, del suo successore Giovanni e del popolo veneziano, non appena sbarcate le reliquie dell’Evangelista.
"Nell’anno 972, una ribellione popolare distruggeva col fuoco, assieme al duca Pietro Candiano IV e ai suoi figli, la basilica.
La basilica che ammiriamo attualmente risale in gran parte all’iniziativa del doge Domenico Contarini (1043-1070).
A farla quale la vediamo, hanno concorso, però, generazioni innumerevoli di procuratori di San Marco (i magistrati ai quali spettava il governo della basilica) e di "proti", cioè architetti e direttori dei lavori.
I mosaici di San Marco, ai quali avevano posto mano i migliori artefici veneto-bizantini, vedranno all’opera, nel tempo, i maestri più celebrati, da Paolo Uccello ad Andrea del Castagno, a Tiziano.
In un momento di particolare splendore, il doge Ordelafo Falier porrà in opera la preziosa pala d’oro, dove santi e sante del firmamento veneto-greco spiccheranno tra le pietre preziose nella policromia degli smalti preparati a Costantinopoli.
Il tesoro, arricchito dalle spoglie del saccheggio di Bisanzio a opera dei Crociati di Enrico Dandolo, diventerà addirittura leggendario.
Non per nulla la Repubblica darà al greco Stamati Crassioti, che era riuscito a far man bassa sul tesoro, il privilegio di essere impiccato con un laccio d’oro.
E sulla facciata della chiesa si schiererà la quadriga bronzea che decorava un tempo l’ippodromo di Bisanzio: quella che i Genovesi avevano giurato di imbrigliare, se non fossero stati disfatti davanti a Chioggia ".
Dario Fo è senza dubbio il più grande uomo di teatro italiano.
Nato nel 1926 a Sangiano, in provincia di Varese, studia arte e architettura a Milano all’Accademia di Brera e al Politecnico.
Debutta nel 1952 come attore, iniziando contemporaneamente a scrivere e a recitare al Piccolo di Milano.
Negli stessi anni affianca alla recitazione i primi lavori di critica e sceneggiatura cinematografica, collaborando con Lizzani, Parenti e Durano.
Nel 1957 inizia anche il sodalizio con Franca Rame per la quale scrive e con la quale crea una compagnia teatrale.
Gli spettacoli ideati, scritti e interpretati dal grande attore sono molti, fra cui vale la pena ricordare "Settimo ruba un po’ meno" (1964), "L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone" (1969), "Mistero Buffo" (1969), "Morte accidentale di un anarchico" (1970), "Dio li fa e poi li accoppa" (1984), "Il diavolo con le zinne" (1997); in questo stesso anno, egli viene insignito del premio Nobel per la letteratura.
Nel corso dei secoli piazza Libertà passò alla storia con diversi nomi coniati per lo più dalla popolazione a seconda delle trasformazioni che il luogo pubblico subiva.
Fino al 1200 era nota come piazza del Comune visto che al suo interno si riunivano i Consiglieri della "Villa Utini"; quando invece nel terrapieno, ai piedi del colle del castello, sorse la chiesa di San Giovanni, distrutta dal terremoto del 1511, anche la piazza diventò piazza di San Giovanni, mentre la parte più bassa era più facile indentificarla coma piazza del Vino proprio perché in quel luogo i contandini incontravano i sensali per la vendita del prodotto.
Nel secolo XVI era conosciuta come piazza Contarena in onore del luogotenente veneto Girolamo Contarini, lo stesso che decise di pavimentarla di mattoni.
Dal 1866, ovvero da quando Udine entrò a far parte del regno d’Italia, il suo toponimo cambiò in piazza Vittorio Emanuele II anche perché sul terrapieno venne posto il busto del re ora collocato nel giardino Ricasoli.
Da allora trascorsero quasi ottant’anni prima di iniziare a chiamarla piazza Libertà; questo avvenne, nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale.
Un tempo il Sile era navigabile dalle sorgenti alla foce e costituivala naturale via di comunicazione e di commercio dapprima fra Treviso e l’antica Altino e successivamente fra Treviso e le isole della Laguna Veneta.
Le imbarcazioni risalivano il fiume trainate da cavalli o da altri animali che correvano sull’argine, lungo un viottolo ben battuto chiamato Restera. Questo nome, in uso fin dal Medioevo, deriva dalla grossa fune, detta resta, che univa l’animale al barcone rimorchiato.
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